domenica 19 maggio 2013

Mille Miglia: ponte tra vecchi e nuovi esempi di brescianità

In questi giorni di Mille Miglia, se sei bresciano, sono due le sicurezze che porti con te: i turisti e la pioggia. Le Mille Miglia rappresentano l'evento mondano per eccellenza a Brescia e sono un po' come la settimana del design o della moda a Milano: una manifestazione che permette alla città di dare il meglio di sé e di mostrare tutta la sua vitalità, troppo spesso sopita sotto una coltre di nebbia e iperlavoro.

Con le Mille Miglia tutta la provincialità di Brescia viene spazzata via in un colpo e la città sembra aprirsi al mondo, come una rosa tardiva che si è presa più tempo del dovuto per rivelare al mondo i suoi colori e la sua fragranza.

Di fronte alle auto d'epoca gli eventi di oggi si mescolano con i ricordi di coloro che hanno visto o partecipato alle edizioni precedenti e con i racconti dei nonni che quelle macchine le usavano per davvero per andare in giro, come spiegano da anni ai nipotini ormai cresciuti:  
Quando ero piccolo io non c'erano i segnali autostradali, ma tanto in paese eravamo in tre famiglie ad avere la macchina. Mi ricordo che la nostra era bellissima, con i sedili in pelle e il cruscotto in legno lucido. Mio padre ci portava in giro a turno se glielo chiedevamo. Ci sentivamo dei gran signori: tutti gli altri usavano ancora il calesse.
Racconti che portano davvero indietro nel tempo e che descrivono un mondo che ormai sembra lontano anni luce, quasi come se potesse esistere solo nelle fotografie e nei romanzi ambientati nella prima metà del Novecento. 

L'atmosfera di quei tempi lascia oggi l'amaro in bocca a chi li ha vissuti. Anni anche di guerra e tragedia, ma in cui forse le cose si vivevano in modo più semplice, almeno per chi più che nella città di Brescia, viveva nella sua provincia, in campagna, dove la fame e la miseria erano grandi, ma bastava anche poco per essere felici. 

Uno spirito che viene ben descritto da Franco Camerini, professore di lettere classe 1921 originario di Pralboino, che, nel suo libro El ciar de 'n solfanèlo. Poesie in dialetto di Pralboino (Edizioni della Contrada, Brescia 1993) trasforma il dialetto bresciano in una lingua poetica, coniugandolo con la letteratura alta. 
 
Il professor Camerini descrive così la vita quotidiana della sua gioventù, ma anche i suoi ricordi, i sogni e gli ideali, con la semplicità del dialetto bresciano, che è un dialetto spesso duro, ma immediato e che dal professore viene usato con libertà in quanto lingua degli affetti e della giovinezza.

Le parole di Camerini diventano esemplificative di un modo di essere tipico del bresciano, che vive in un mondo fortemente pratico da cui deriva una filosofia di vita molto diretta, che guarda in faccia la realtà per quello che è. Un esempio molto chiaro di questo è la poesia Argü i la pensa issé (Qualcuno la pensa così): 

Al mont, che ‘èns la guera, 
i-è mia chei- ‘arda ‘n ciel, 
ma che ‘arda ‘n tera.*

Ma la brescianità è anche fatta di momenti convivialità e di condivisione, così come mette in luce la poesia Al tavolo della pace:

Me cüsì Giovanì, se 'ndò a troàl, 
el cur a destacàm da 'n baldachì 
en salàm casalì, 
chèl pö gross; 
entat el dis: 
"Ta fo tastà chest ché 
perchè l'ho fat sö mé. 
Ta sentaré che roba."
Col cortèl de cusina
ema slonga la prima fitilina. 
Mangióm töi du e beóm 
du bicér fina 'font. 
Issé metom en pace 'l mont.**

Di questo modo di essere semplice, ma articolato, io porto con me i ricordi dei miei nonni e una schiettezza netta ed immediata. Le mie origini mi hanno insegnato a guardare le cose per quello che sono e a far seguire al pensiero l'azione in modo da realizzare i miei sogni, perché ha ragione Camerini quando scrive ne I sogn (I sogni):

Daga de béer al cör, tègnel sö alégher:
l'è 'n pòer cristo apòa lü come 'n petòch,
che sa ferma a le porte sporch e négher
a catà sö 'n quach ghèl per deentà ciòch.***
_________________________
Al mondo, che vincono la guerra, / non sono quelli che guardano in cielo, / ma che guardano in terra.
** Mio cugino Giovannino, se vado a trovarlo, / corre a staccare dal baldacchino / un salame casereccio, / il più bello e il più grosso; /intanto dice: / "Ti faccio assaggiare questo / perché l'ho insaccato io. / Sentirai che roba." / Col coltello da cucina / mi allunga la prima fetta sottile. / Mangiamo entrambi e beviamo / due bicchieri fino in fondo. / Così mettiamo in pace il mondo.
*** Dàgli da bere al cuore, tiénilo allegro: / è un povero cristo anche lui come un mendico, / che si ferma sulle soglie, sporco e nero, / a elemosinare qualche monetina per ubriacarsi.

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